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Gli autori americani ricorrono in appello contro Google: il "fair use" non è giustificato

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A distanza di alcuni mesi dalla sentenza di primo grado di cui avevamo dato notizia, l'associazione degli autori americani (Author Guilds), lo scorso 11 aprile, ha depositato il suo ricorso nella causa contro Google presso la Corte di Appello, chiedendo di ribaltare la sentenza di primo grado che di fatto consentiva al noto motore di ricerca di proseguire nella sua iniziativa di creare una biblioteca online (Google Books) accessibile da chiunque.

Il giudice di primo grado aveva motivato la sentenza che di fatto rigettava le richieste dell'associazione degli autori, applicando il concetto di fair use in base al quale non è richiesto l'obbligo di autorizzazioni d'uso per il materiale protetto se tale uso non lede gli interessi dei titolari del diritto d'autore: a parere del giudice l'iniziativa di Google

consente il progresso delle arti e della scienza, ed al tempo stesso rispetta i diritti degli autori e della creatività, senza impattare negativamente sui detentori dei diritti d'autore.

Ora gli autori chiedono di rivedere questa conclusione sostendendo che:

  • Google Books non è un'iniziativa altruista per creare un archivio digitale della letteratura, ma una iniziativa commerciale che consente di generare profitti alle spalle degli autori: distoglie potenziali acquirenti da librerie online e non riconosce alcun compenso ai titolari dei diritti per i propri guadagni indiretti.
  • Google Books è stato realizzato in risposta al servizio di Amazon "Search Inside the Book"  che è finalizzato esplicitamente all'incremento della vendita di libri, mentre, il servizio di Google, è funzionale al motore di ricerca, in quanto, aggiungendo informazioni da milioni di libri, gli consente ulteriori introiti pubblicitari.
  • La sentenza di primo grado si è basata su una "interpretazione senza precedenti, eccessivamente estensiva ed erronea della dottrina del fair use"