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Dicitura “prodotto italiano” e uso del simbolo della bandiera italiana su merci confezionate in Italia. Falsa o fallace indicazione? Reato o illecito amministrativo?

Scritto da Annalisa Spedicato Il .

La Corte di Cassazione III sez. pen. lo scorso 14 Ottobre - sentenza n. 42874 - si è pronunciata, rigettando, con declaratoria di inammissibilità, un ricorso avverso un’ ordinanza di diniego della richiesta di riesame nei confronti di un decreto di sequestro preventivo, avente ad oggetto il sequestro di macchinari destinati all’imbustamento di funghi porcini e dei sacchetti contenenti la medesima merce originaria da paesi esteri, ma confezionata da azienda Italiana.

L’utilizzo della dicitura “Prodotto Italiano” e la riproduzione della bandiera tricolore sulla confezione di un prodotto che viene solo selezionato, confezionato e imbustato in Italia, secondo la Cassazione, integra la fattispecie del reato di frode in commercio di cui all’art. 515 c.p.

L’utilizzo della bandiera tricolore sulla confezione di un prodotto privo del requisito della provenienza italiana, costituisce un’infrazione penalmente rilevante, in quanto ingenera totale confusione nel consumatore, trattandosi di falsa e non di fallace indicazione.

I funghi, merce oggetto della presente pronuncia, nonostante fossero confezionati in Italia, erano di provenienza estera, ma le confezioni riportavano la dicitura “prodotto italiano” con disegno anche della bandiera tricolore. Il mero imbustamento, secondo la Corte, non può intendersi come trasformazione sostanziale, tale da far ritenere corretta l’apposizione della dicitura “prodotto italiano” sulle confezioni.  Infatti, ai sensi dell’art. 36 II comma del Reg. 450/08/CE – acquisizione dell’ origine delle merci – le merci alla cui produzione partecipano più territori o Paesi sono considerate originarie del Paese o del territorio ove hanno subito l’ultima trasformazione sostanziale, specificando che si considera sostanziale un’operazione di perfezionamento come la lavorazione della merce, non il mero confezionamento dunque.

L’uso della dicitura “prodotto italiano” e l’inserimento del simbolo della bandiera tricolore su merci che vengono solo confezionate in Italia ingenera confusione nel consumatore ed è una condotta che deve essere perseguita.

Ma, si tratta di reato o di illecito amministrativo ai sensi dell’art. 4 comma 49 bis L. n. 350 del 2003?

L’art. 16, comma 6, del D.L. 25.7.2009, n. 135, convertito con la legge 20.11.2009, n. 166, ha inserito nell’art. 4 della legge n. 350/2003 il comma 49-bis con cui sono state depenalizzate le indicazioni fallaci apposte sulle merci. La norma stabilisce che non configura reato, bensì “illecito amministrativo, l'uso  del  marchio, da parte del titolare  o  del  licenziatario,  con modalita' tali da indurre il consumatore a ritenere che  il prodotto o la merce sia di origine italiana ai sensi  della normativa europea sull'origine, senza che gli stessi  siano accompagnati da indicazioni precise ed evidenti sull'origine o provenienza estera o comunque sufficienti ad evitare qualsiasi fraintendimento del consumatore sull'effettiva origine del prodotto,  ovvero  senza  essere accompagnati da attestazione, resa da parte del titolare o del licenziatario del marchio, circa le informazioni che, a sua cura, verranno rese in fase di  commercializzazione sulla effettiva origine estera del prodotto”, fissando, in tali casi, una sanzione amministrativa pecuniaria che varia da 10mila a 250mila euro.

La stessa Corte di Cassazione nella sentenza n. 19650 del 2012, ha meglio interpretato tale comma, chiarendo che “è astrattamente configurabile una fattispecie di reato solo quando, oltre al proprio marchio o alla indicazione della località in cui ha la sede, l’imprenditore apponga anche una dicitura con cui attesti espressamente che il prodotto è stato fabbricato in Italia o comunque in un Paese diverso da quello di effettiva fabbricazione.  […]  Trattasi di ipotesi nelle quali non ha più rilievo la provenienza da un dato imprenditore che assicura la qualità del prodotto, ma il fatto che la falsa specifica attestazione che il prodotto è stato fabbricato in un determinato Paese è comunque idonea ad ingannare il consumatore e ad incidere sulle sue scelte (egli potrebbe indursi, per i più diversi motivi, ad acquistare o non acquistare un prodotto proprio perché fabbricato o non fabbricato in un determinato luogo). […] “attualmente costituiscono infrazioni penalmente irrilevanti (ma integranti solo un illecito amministrativo) esclusivamente le condotte di “indicazioni fallaci” da cui possano derivare situazioni di incertezza indotte dalla carenza di “indicazioni previse ed evidenti sull’origine o provenienza estera o comunque sufficienti ad evitare qualsiasi fraintendimento del consumatore sull’effettiva origine del prodotto”.

Continuano, invece, a costituire delitto le ipotesi di uso del marchio e della denominazione di provenienza o di origine con “false indicazioni” idonee ad indurre il consumatore a ritenere che il prodotto sia di origine italiana”.

Ancora con maggior precisione sull’argomento si è pronunciata la stessa Corte in un’altra sentenza più recente, proprio intorno all’uso del simbolo della bandiera italiana su prodotti di provenienza straniera. Sentenza n. 21256 del 2014, in cui la Cassazione ha stabilito che “Costituisce falsa indicazione la stampigliatura made in Italy su prodotti e merci non originari dall’Italia ai sensi della normativa Europea sull’origine; costituisce fallace indicazione, anche qualora sia indicata l’origine e la provenienza estera dei prodotti o delle merci, l’uso di segni, figure, o quant’altro possa indurre il consumatore a ritenere che il prodotto o la mercé sia di origine italiana incluso l’uso fallace o fuorviante di marchi aziendali ai sensi della disciplina sulle pratiche commerciali ingannevoli, fatto salvo quanto previsto dal comma 49-bis. […]. Ne consegue che […] l’ambito di applicazione della sanzione amministrativa di cui all’art. 49-bis è riservato, invece, al caso – obiettivamente meno grave – in cui il marchio non sia in sé decettivo, ma il prodotto sia commercializzato in mancanza di indicazioni sulla sua origine, che siano precise o comunque sufficienti ad evitare fraintendimenti da parte dei consumatori”.

Pertanto, quando nel corpo della confezione si include un elemento “oggettivamente decettivo rappresentato dalla bandiera italiana, cui si aggiunge, quale ulteriore fattore di decettività, la dicitura “prodotto di qualità testato a norma Europea”, o formule simili, si rientra nell’ipotesi penalmente sanzionata (Cass. 21256/2014).

Secondo l’interpretazione della Corte di Cassazione di conseguenza è “Fallace” l’indicazione tesa a mistificare o fuorviare il consumatore; mentre è “Falsa” quella che risulta concretamente contraria al vero (Cass. N. 19650 del 2012). Quindi, sarebbe falsa e pertanto configura una condotta penalmente perseguibile, l’indicazione che bandisca come prodotto italiano merce che non ha realmente provenienza italiana, senza ulteriori indicazioni presenti sulla confezione in merito alla reale origine della merce, sarebbe fallace e rappresenta illecito amministrativo, quella indicazione in cui, nonostante venga indicato il paese di origine effettiva del prodotto, riporti ulteriori segni o figure che ingenerino confusione nel consumatore, tali da poterlo indurre a ritenere che il prodotto o la merce sia di origine italiana.

In altri termini, indicare sulla confezione che si tratta di prodotto italiano e usare la bandiera italiana, senza null’altro apporre in merito alla reale provenienza del prodotto, quando lo stesso è solo confezionato in Italia, ma di effettiva provenienza estera, è una condotta che configura reato (nel caso concreto, per altre circostanze presenti nei fatti di causa, la Cassazione ha rilevato la configurazione della fattispecie di frode in commercio, di cui all’art. 515 c.p.) e come tale penalmente perseguibile.

 


Avv. Annalisa Spedicato
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