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Makers e stampa 3D: il punto sulle licenze OS

Scritto da Elisabetta Nunziante Il .

Il movimento che promuove lo sviluppo del Hardware Open Source definisce quest’ultimo come “l’hardware il cui progetto è reso pubblico in modo che chiunque possa studiare, modificare, distribuire, realizzare e vendere il progetto o l’hardware basato su di esso” allo scopo di dare “alle persone la libertà di controllare la loro tecnologia, la condivisione della conoscenza e incoraggiare il commercio attraverso lo scambio aperto di progetti”.[1]

Più che di Hardware Open source, sarebbe, dunque, più corretto parlare di design documents open source.

Come nel caso del software open source, lo strumento giuridico che permetterebbe la concretizzazione di queste aspirazioni programmatiche sarebbe la licenza.

Tuttavia, la traslazione del modello open source dal software all’hardware porta con se molteplici problematiche.

Il difetto maggiore delle licenze Open Source pensate per l’Hardware è proprio quello di non potersi basare sulla tutela del diritto d’autore, come avviene nel caso del software.

Le licenze open source sono state sovente identificate come dei contratti per adesione in cui il momento della conclusione coinciderebbe con l’esercizio delle facoltà attribuite dalla licenza stessa.[2]

Orbene, senza soffermarsi sullo spinoso problema della causa, l’oggetto di una licenza di software open source si identificherebbe nell’attribuzione di facoltà relative non alla singola copia distribuita ma bensì al codice in quanto tale.

Nell’ambito dell’hardware l’assenza di una tutela automaticamente acquisita dall’autore e erga omnes come quella del copyright rende difficoltosa l’implementazione di licenze che siano efficaci come quelle frequentemente utilizzate per i programmi informatici.

L’hardware, a differenza del software, risulta protetto più adeguatamente dalla disciplina brevettuale mentre il copyright gioca un ruolo marginale e pressoché ridotto all’ambito dei design documents e in particolare ai loro aspetti artistici e espressivi (art 2.10 L.633/1941).

Anche volendo riconoscere spazio alla tutela autoriale, quest’ultima si rivelerebbe di scarso rilievo nell’ambito delle opere prettamente utilitarie.

Inoltre, bisogna ricordare che sullo stesso aspetto insiste la disciplina del disegno industriale che rischia di svuotare e assorbire quella del diritto d’autore.

Infatti, in assenza di brevetto o di registrazione del design, non è chiaro  sulla base di quali diritti ci si appresti a conferire licenza.

Qualora si insistesse nel proporlo, questo modello di “licenza” pur obbligando il licenziatario verso il primo licenziante non offrirebbe, a prima vista, a quest’ultimo strumenti nei confronti del terzo il quale abbia ricevuto i design documents dal primo licenziatario a condizioni differenti.[3]

Tuttavia, le licenze open source hardware, lungi dal rimanere un orientamento meramente filosofico, sono già applicate in realtà produttive in crescita.

Il settore in cui il movimento dell’hardware libero trova attualmente la sua maggiore affermazione è quello della ricerca e difatti non è un caso che uno dei primi modelli di licenza sia stato concepito all’interno del CERN.

Infatti, nelle licenze open hardware più diffuse (TAPR, GNU e CERN) riscontriamo l’inserimento di clausole di esclusione delle responsabilità, che sebbene possano essere accettate quando la divulgazione ha meri scopi di ricerca scientifica, risultano, nella maggior parte dei casi, invalide se inserite in contesti commerciali.

Richard Stallman, in una recente intervista a Wired[4], nell’abbracciare il movimento free hardware, ha sottolineato come in questo si concretizzi più che mai il motto ”gratis versus libre”, essenza del pensiero che ha accompagnato la nascita delle sue GNU licenses. Nell’ambito dell’hardware infatti è evidente come la produzione comporti dei costi a prescindere dal modello di protezione della proprietà intellettuale scelto. Allo stesso tempo la diffusione libera dei design documents comporta quell’apertura della conoscenza che è il cemento delle community di “produzione collaborativa”[5]. Libero seppur non gratuito, appunto.

Ed è proprio nell’ambito di queste comunità che dobbiamo leggere l’avanzata del fenomeno del free hardware che riposa in primis su fattori culturali.

Le community di makers che si aggregano online allo scopo di innovare beneficiano dell’unione di competenze e contributi plurimi, testano i loro prodotti online a costo zero e allo stesso tempo non potrebbero permettersi gli elevati costi brevettuali.

Tra queste comunità particolare importanza assumono quelle che si occupano di produzione attraverso stampanti 3d i quali fanno dell’open source uno dei pilastri fondamentali del loro movimento culturale oltre che produttivo.

Le stampanti 3d si servono per il loro funzionamento di file in formato CAD (o similia), simili a disegni industriali, i quali vengono successivamente trasformati in linguaggi macchina (gcode) che concretamente impartiscono le istruzioni alle stampanti.

La dualità trai due linguaggi (un primo step human readable e un secondo rappresentato da coordinate di stampa) potrebbe portare a un paragone sebbene forzato con i programmi per elaboratori[6], estendendo così l’ambito di protezione della licenza open source per autorizzare l’utilizzo dei file ai fini della stampa 3d (mentre nulla, in assenza di brevetto o registrazione del disegno, si potrebbe per quanto riguarda la produzione tradizionale).

Il processo di stampa, difatti, implica la copia e trasformazione dei design originali, cosicchè, qualora si ritenesse opportuna l’estensione della tutela del diritto d’autore a questi ultimi, la memorizzazione e elaborazione nell’apparecchio di stampa 3d causerebbe una violazione di copyright.

Tuttavia, pur riuscendo a costruire un modello simile il suo spazio applicativo sarebbe di scarso impatto, essendosi in presenza di una fusione tra idea e espressione tale da non permettere  adeguata protezione (merger doctrine).[7]

D’altronde, non è unanime l’analogia tra software e modelli per stampa 3d, poichè questi ultimi possono essere considerati  più ragionevolmente come disegni industriali.

Il  futuro per i makers del 3d printing e le loro licenze open source è tutto da scrivere e rimane, al momento, perlopiù inserito in regole sociali interne alle community stesse legate alla metodologia di sviluppo piuttosto che a quella della circolazione.

Il cambiamento, come spesso accade nell’ambito della proprietà intellettuale è prima culturale e poi normativo.

Quel che è certo è che la decrescita dei costi delle stampanti e la facilità con la quale saranno scambiabili i prototipi porteranno a quella che già molti hanno chiamato “napsterizzazione” dell’hardware.[8]

L’estensione della tutela autoriale, sebbene difficoltosa, sembra essere una strada per arginare questo fenomeno, permettendo un controllo più immediato, facile e gratuito su modelli di beni fisici che promettono di essere sempre più volatili. Dall’altra parte però si andrebbe  a comprimere lo spazio riservato a altri tipi di tutela più afferenti a fenomeni produttivi con rischi non ininfluenti sulle logiche proconcorrenziali.

[1] http://www.oshwa.org/definition/italian/
[2] Prosperetti, Eugeniom L’opera digitale tra regole e mercato, Giappichelli Editore 2013 p 235
[3] Zappalaglio, Andrea, Uno Strano Animale: L’Open Hardware Visto Da Un Esperto Di Proprietà Intellettuale (A Strange Animal: the Open Hardware Seen from the Perspective of an IP Expert) (January 16, 2015). Available at SSRN: http://ssrn.com/abstract=2559090
[4] http://www.wired.com/2015/03/need-free-digital-hardware-designs
[5] Smorto Guido DALL’IMPRESA GERARCHICA ALLA COMUNITÀ DISTRIBUITA. Il diritto e le nuove forme di produzione collaborativa. ORIZZONTI DEL DIRITTO COMMERCIALE, 2014, 3
[6] GreenBaum Eli, Three-Dimensional Printing and Open Source Hardware, NYU Journal of Intellectual Property &Entertaiment Law (JIPEL), Spring 2013 vol.2. Dove il paragone è tentato e definito allo stesso tempo forzoso.
[7] Deven R. Desai & Gerard N. Magliocca, Patents, Meet Napster: 3D Printing and the Digitization of Things, 102 GEO. L.J. 169, p 1706 sui rischi del’impatto della merger doctrine sul copyright esteso ai file CAD
[8]  Hanna Peter, The next Napster? Copyright questions as 3D printing comes of age, http://arstechnica.com/tech-policy/2011/04/the-next-napster-copyright-questions-as-3d-printing-comes-of-age

 


 © 2015 - Elisabetta Nunziante
pubblicato originariamente sul sito: medialaws.eu