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Il Tribunale di Milano dalla parte della borsa "Falabella" di Stella McCartney

Scritto da Elena Varese Il .

ELENA VARESE

L'industria della moda ha accolto con favore il successo della società Stella McCartney Ltd. nella controversia sulla protezione del modello di borsa "Falabella". L'attrice ha, infatti, promosso una causa davanti al Tribunale di Milano nei confronti di Imax S.r.l. in liquidazione, per contraffazione di marchi e design comunitari e per concorrenza sleale.

L'attrice ha lanciato la borsa "Falabella" nel 2009, provvedendo al deposito dei modelli comunitari nn. 001628157-0001, 001628199-0001 e 001628199-0002. Imax ha commercializzato a Milano alcune borse a marchio "Massimiliano Incas", che venivano presentate nei suoi cataloghi come "Mod. Stella McCartney".

Durante il giudizio Imax si è difesa sostenendo che le sue borse avrebbero presentato differenze rispetto ai modelli registrati di Stella McCartney, in particolare per forma, materiale (pelle anziché ecopelle) e per l'inclusione di una tracolla. Inoltre, la convenuta ha sostenuto in via riconvenzionale l'invalidità dei modelli azionati, in quanto le loro caratteristiche principali sarebbero state già da tempo presenti sul mercato (in particolare, la catena era stata utilizzata in precedenza in diversi modelli di Chanel e la forma trapezoidale era inclusa in modelli anteriori).

L'attrice ha, invece, argomentato che i suoi modelli fossero dotati di carattere individuale per la "presenza di una catena, dalla forma sfaccettata, che segue tutto il bordo della borsa … fissata alla stessa da una cucitura a vista", nonché per la "particolare forma della borsa a esagono irregolare". Stella McCartney ha poi precisato che le borse Chanel citate dalla convenuta fossero differenti dai modelli azionati, poiché dotate di una forma rettangolare, mentre le rispettive catene erano posizionate sul corpo della borsa o attaccate alle chiusure esterne.

Il Tribunale di Milano ha ritenuto validi i modelli di parte attrice. In particolare, la borsa "Falabella" è stata giudicata nuova rispetto ai modelli di Chanel, alla luce delle differenze di forma, dimensione e ornamenti. Per quanto riguarda i modelli registrati anteriori menzionati da Imax, sebbene essi includessero una forma trapezoidale, il Tribunale ha ritenuto che presentassero differenze anche significative (per esempio, non includevano un manico a catena lungo tutto il profilo della borsa).

Di conseguenza, è stato ritenuto che la convenuta avesse riprodotto tutte le principali caratteristiche individualizzanti dei modelli Falabella, ovvero i manici a catena, la forma trapezoidale e le cuciture.

Inoltre, la sentenza ha anche accertato la contraffazione del marchio denominativo "Stella McCartney" da parte della convenuta, in quanto quest'ultima presentava i prodotti come "Mod. Stella McCartney" sui propri cataloghi.

Il Tribunale di Milano si è poi pronunciato a favore dell'attrice anche in merito al contestato illecito di concorrenza sleale, affermando che il prezzo significativamente inferiore delle borse in oggetto ha causato gravi danni alla reputazione di Stella McCartney.

Inoltre, il Tribunale ha ritenuto che integrasse un separato atto di concorrenza sleale per denigrazione il fatto che Imax vendesse borse in vera pelle, che tradiscono agli occhi dei consumatori, il messaggio ambientalista di cui Stella McCartney si è fatta portatrice, "escludendo dalla propria produzione qualsiasi materiale di origine animale e investendo nella ricerca di materiali alternativi ecosostenibili".

Infine, il Tribunale ha calcolato il risarcimento dei danni per un importo totale di 110.000 Euro alla luce anche del comportamento sleale della convenuta, che ha modificato alcuni dati delle sue fatture e il nome dei prodotti, al fine di abbassare gli importi di vendita. Allo stesso modo, sono stati calcolati i danni non patrimoniali subiti da Stella McCartney, dal momento che i prodotti contraffatti erano stati realizzati, utilizzando materiali non sostenibili con conseguente pregiudizio all'immagine del brand.

La decisione è di particolare interesse, in quanto si tratta di una delle prime occasioni in cui un tribunale italiano ha ritenuto che la fabbricazione di prodotti non sostenibili costituisca un separato atto di concorrenza sleale, riconoscendo all'attrice danni a titolo separato.

Infine, l'ammontare dei danni complessivamente stabilito non è trascurabile per un procedimento di contraffazione di modelli e questo potrebbe risultare incoraggiante per altri titolari di diritti.

 


Elena Varese e Leda Barkai
DLA Piper Studio Legale