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Iperboli, esagerazioni, vanterie e fanfaronate varie

Scritto da Stefano Sandri Il .

Viviamo in una dimensione iperbolica: nella disperata ossessione di trovare il tempo e lo spazio che non abbiamo più, siamo costretti a cercare l’esagerazione, per comunicare e farci notare, fino al punto di creare o credere a delle balle spaziali (tecnicamente: fake news, dette anche meno elegantemente, bufale o sole). Iperbole sta, infatti, per esagerazione di un concetto oltre i termini della verosimiglianza, per eccesso (Totti, il nostro capitano) o per difetto (non dura più di un gatto sulla tangenziale).

A questa condizione soggiace naturalmente anche il linguaggio del marchio, quello verbale. Ed eccoci, allora, a discutere se la parola “Imperial” – riferita a un prodotto o accessorio dell’abbigliamento – sia, appunto, una iperbole senza alcun valore distintivo, o meno (CASS. n. 28818, 30 novembre 2017). Che le aziende abbiano sempre cercato di vendere al meglio i loro prodotti, magnificandone le presunte qualità o esaltandone l’attrattività delle loro caratteristiche, o magari inventandosele, è una vecchia storia, ma le parole corrono e possono cambiare nel corso del tempo il loro significato. E poi il marchio va in ogni caso contestualizzato. Una volta abbiamo avuto degli ‘imperatori’, che hanno fatto la storia, e, in tempi più a noi vicini pare che abbiamo avuto di nuovo anche un ‘impero’, che invece ci ha portato al disastro. 

L’interesse della pronuncia riferita sta appunto nella delimitazione della linea di confine tra le parole che contano, nel giudicare della debolezza di un marchio e la sua confondibilità, e quelle che invece restano fuori dal sistema normativamente previsto, secondo lo stato dell’arte. Un confine piuttosto incerto e critico, sopra tutto nei casi in cui il rapporto tra i marchi è asimmetrico (marchio verbale vs, marchio complesso). Comunque, conta il contesto in cui il segno viene inserito, al punto che ne può essere modificato il senso.

Vediamo dunque quale è in tema la posizione assunta dal Supremo Collegio.

Il caso ha riguardato il problema se il marchio “Imperial” poteva confondersi con il marchio “Impero Uomo”. L’UIBM e la Commissione per i ricorsi si sono pronunciati negativamente, respingendo di conseguenza l’opposizione proposta dalla titolare del marchio anteriore comunitario “Imperial”. Secondo il malvezzo delle sentenze di Cassazione e della Commissione dei ricorsi le immagini dei marchi non vengono riprodotte, per cui siamo costretti nel caso del marchio contestato, definito come marchio complesso, ad un esercizio di immaginazione ricavabile dalla descrizione meramente verbale in motivazione, che suona così:  la parola Uomo è posta sotto la parola Impero e sopra a tutte vi è una componente figurativa rappresentata da una corona a tre punte, fortemente stilizzata (uno stilema).

Ciò premesso, la sentenza della Cassazione parte dalla considerazione della Commissione dei ricorsi secondo cui “rappresentando lo sviluppo della parola ‘impero’, il marchio della ricorrente era costituito da un elemento debole, e quindi inidoneo a respingere come imitativi i marchi che utilizzassero la medesima radice”. La sentenza ha ritenuto inammissibile l’impugnativa della decisione dell’UIBM come azione di nullità e chiaramente ha deciso in base al motivo di opposizione dell’art. 12, lett. d., CPI.

La Cassazione, viceversa, si è posto il problema dell’interpretazione dell’art. 13, 1, lett. b), CPI, al quale si è richiamato il ricorrente. Ma questa norma esclude la registrazione dei marchi privi di capacità distintiva, comminando la sanzione della nullità. Dunque non c’entra niente con il problema della confondibilità tra marchi previsto dal diverso art. 12, d) citato, norma che presuppone che il marchio dell’opponente sia valido, anche se debole (mentre l’accertamento della validità è riservata all’AGO). Tutta la discussione se i marchi di cui alla controversia siano o meno deboli, non può basarsi nei procedimenti di opposizioni sull’art. 13, 1, lett. b), CPI che così recita: 1. Non possono costituire oggetto di registrazione come marchio d’impresa i segni privi di carattere distintivo e in particolare: b) quelli costituiti esclusivamente dalle denominazioni generiche di prodotti o servizi o da indicazioni descrittive che ad essi si riferiscono, come i segni che in commercio possono servire a designare la specie, la qualità, la quantità, la destinazione, il valore, la provenienza geografica ovvero l’epoca di fabbricazione del prodotto o della prestazione del servizio o altre caratteristiche del prodotto o servizio.”

E’ quindi inappropriato, oltre che inutile, ricordare, come invece fa la Cassazione, che in quel divieto rientrano anche “tutte quelle parole o espressioni adoperate non già per evocare o descrivere un singolo prodotto o servizio, ma per magnificare in genere tutti i prodotti o servizi ai quali vengano riferite, attraverso la sottolineatura del livello superiore delle relative caratteristiche (ad es., fine, super, extra), della raffinatezza dell'utente cui sono destinati (ad. es., deluxe, elite, top) o del prestigio che conferiscono a chi se ne avvale (ad. es., royal, prestige, etc”.

Restando sul piano dell’accertamento del fondamento dell’opposizione proposta, la Cassazione doveva invece valutare se la sentenza della Commissione dei ricorsi fosse corretta o meno in quanto tale. Sotto questo aspetto lascia perplessi l’affermazione perentoria che il segno “Imperial” sarebbe debole perché “rappresenta lo sviluppo della parola ‘impero’. Certo “Impero” è una parola di senso compiuto che fa parte della lingua italiana, ma qui si doveva giudicare se applicata ai prodotti rivendicati conservasse un minimo di capacità originaria e distintiva, ma come marchio. A sua volta “Imperial” poteva considerarsi come descrittiva di una caratteristica essenziale dei prodotti considerati al punto da indebolirne la capacità distintiva? Forse sì, ma che debba “intendersi come un'allusione al pregio dei capi di abbigliamento e degli accessori commercializzati con quel marchio” (come si legge nella motivazione della Cassazione) pare un po’ tirata, in assenza di qualsiasi prova e convalidazione attraverso un secondary meaning.

La sentenza riprende consolidati principi in tema di valutazione della distintività nei marchi complessi. Nella fattispecie, la debolezza del segno dominante “Uomo” non impedirebbe che il marchio contestato nel suo insieme apparirebbe sufficientemente diverso da “Imperial”: il marchio verrebbe a diluirsi “in una nuova entità, avente una sua originale capacità distintiva” (§ 2.1). Va bene, ma come avverrebbe? Attraverso una “alterazione sostanziale del suo significato“: la presenza di “Imperial-Impero” nel marchio complesso contestato “determina un rafforzamento della connessione tra il dominio di un imperatore ed il gusto maschile, in tal modo contribuendo a circoscrivere l’ambito stilistico-produttivo del segno”.

E qui non ci siamo proprio. Sfido chiunque a dare un minimo senso a questa fumosa formulazione. A parte ciò, il fatto è che se la sentenza carica la parola “Imperial-Impero” di un preciso significato semantico – qualunque esso sia – ci troviamo davanti ad una alterazione del suo significato, un altra parola, per cui ogni dissertazione sulla debolezza o genericità dei marchi perde...ogni significato.

Le perplessità aumentano, considerando che nel caso parallelo (CASS.n. 304990, 19/12/2017), in cui invece della parola “Uomo” l’elemento dominante era rappresentato dalla parola “Diamonds”, sormontata dall’immagine iconica dello stesso. La sentenza ha fatto cut and paste della motivazione del caso “IMPERO UOMO, limitandosi a dire che “IMPERO DIAMONDS” costitutiva “una connessione con l'aspetto dominante dei diamanti, sintomatico di una sorta di appartenenza ad una superiore qualità. “(§ 2.1.), “da intendersi come un'allusione al pregio dei capi di abbigliamento e degli accessori commercializzati con quel marchio.”  Mah...!

Insomma, tra errati parametrici normativi, insufficienze motivazionali, fraseggi oscuri e contraddizioni, non mi pare che la prima della Cassazione su una sentenza della Commissione dei ricorsi in un procedimento di opposizione sia stata proprio felice.

 

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