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Il tormentone dei cerchioni

Scritto da Stefano Sandri Il .

E’ diventata una storia infinita e ’il cerchio’ mi è venuto piuttosto alla testa. Ma cosa dovrebbero fare questi poveri ricambisti?

Mi sono più volte occupato dell’applicazione della clausola di riparazione, c.d.match-fit, (art.124 CPI) che in via di eccezione consente ai ricambisti di riprodurre l’aspetto esteriore di un pezzo di ricambio identico quello originario del fabbricante. Ma tutto il problema nasce se il pezzo di ricambio è un cerchione, col suo bravo coprimozzo che riproduce, ovviamente, il logo dell’auto.

Per capirne il perché, bisogna ricapitolare un po’ i fatti. Molti anni fa, in occasione dell’ultima Direttiva sul design, si accese una furibonda lite tra i fabbricanti di auto, che pretendevano di avere il monopolio sui pezzi di ricambio, e i ricambisti, che invocavano la libera concorrenza. Naturalmente non si combinò niente, tutto fu rinviato, ma almeno a titolo provvisorio, in attesa di altra direttiva, s’impose ai titolari di diritti di proprietà industriale di non aggredire chi cercava il suo spazio, riproducendo i ricambi, in caso di necessaria sostituzione, purché destinati a ripristinare l’originario aspetto dell’auto, anche senza l’autorizzazione del titolare e indicando a quale modello il pezzo fosse destinato. Così a Bruxelles credevano d’aver salvaguardato, seppure con una formula un po’ esitante, il sacro Graal della libertà del mercato.

Non avevano però fatto i conti con i “cerchioni”, che oggi più che mai sono nell’offerta, in diverse varianti, dei modelli d’auto. Quando i big dell’auto si sono accorti che incominciavano a subire la concorrenza dei liberi ricambisti e perdere quota della domanda, proprio in base a quella formuletta ricordata della repair clause, si è scatenato l’inferno: troppo importante il business che quel prodotto poteva rappresentare e così la grande armata del Deutchland über alles si è scatenata nell’Apocalisse now, e dove se non in Italia? Da noi, infatti, medio-piccole aziende, terribilmente dinamiche, avevano raggiunto un grado di perfezione tale da essere certificate dalle normative internazionali di sicurezza. E nel nostro paese, a differenza di altri – come guarda caso la Germania – quella clausola esonerativa era stata riversata nella disciplina interna (art.241, CPI) e aveva quindi assunto la dignità di norma cogente.

BMW, AUDI, PORSCHE e soci sono partite in quarta, è il caso di dirlo, è consorziate tra loro al punto da sfiorare una vera e propria pratica antitrust, hanno cominciato a sparare cautelari, inibitorie e sequestri uno appresso all’altro sui poveri ricambisti. Argomento giuridico: la clausola di riparazione non si applica ai cerchioni. Già, ma perché?. Risposta: non si tratta di pezzi di ricambio, ma di accessori.

La tesi, a mio avviso tra il bizantino e lo specioso, trovava però orecchie attente nel nostro bel paese, quello della patria del diritto, che trova sempre qualche bel Tribunale, in questo caso niente meno che quello di Milano, pronto ad allontanarsi dal più elementare buon senso: come si fa, infatti, a dimenticare che la progettazione di un autovettura oggi è globale e che i tutti i componenti visibili e concorrenti all’identità del suo aspetto esteriore sono oggetto di attento studio tecnico-estetico, se non di ingenti investimenti?

Naturalmente sto semplificando, ma certe tesi peregrine non potevano che suscitare perplessità e dissenso tra le stesse corti di merito. SI è così aperto un clamoroso conflitto tra Milano e Napoli, che con sentenza della Corte d’appello passata in giudicato, ha completamente rovesciato la contestata interpretazione, innalzando la bandiera della libertà di concorrenza. Allo stesso tempo, visto l’andazzo, l’armata tedesca, mandando avanti la BMW, attaccava su altri fronti in Europa, oltre che giocare in casa propria, pensando di trovare terreno più favorevole, come in Spagna avanti al Tribunale comunitario, facendo valere il suo diritto sul design comunitario sui famosi cerchioni. In primo grado gli andava bene, ma in appello saltava fuori un problema di competenza. Il giochino di scegliersi il tribunale apparentemente più favorevole (sulla base di alcuni precedenti, discutibili), però non riusciva e il Tribunale Supremo di Spagna, niente meno, proprio in questi giorni (17 gennaio 2017) appioppava alla BMW in sentenza, a dir poco per essa imbarazzante, la squalifica di aver fatto forum shopping.

Ma non è finita. Anche la coppetta con il logo dell’auto alla quale era destinato il cerchione è stato messo in discussione. Mentre fino a ieri la sua apposizione, dato lo scopo, era pacificamente ammesso, il Tribunale di Torino è stato preso da dubbi e ha chiesto alla Corte di giustizia di dire la sua. La Corte (C-500/14) ci ha messo due minuti, due paragrafi, per liquidare la faccenda: la repair clause vale nel contesto della Direttiva del design, il diritto di marchio non c’entra proprio niente. E così il Tribunale di Torino ( 02/12/2016, n. RG 16531/2013) ne ha preso atto e non ci ha pensato su più di tanto (si fa per dire perché in realtà la motivazione è di una dozzina di pagine !): chi usa, comunque e qualunque titolo, un marchio senza l’autorizzazione del titolare del diritto, come questo

è un contraffattore. Period. Anche se lo mette come coprimozzo su un cerchione destinato a ripristinare l’aspetto di un autoveicolo. Va bene, rispettiamo, sino a decisione contraria, questo diktat di Torino.

A questo punto è chiaro che questo pezzo di ricambio non potrà mai essere eguale a quello originario. Ma il suo acquirente che fa? Sostituisce il logo del ricambista che, prudentemente e diligentemente, lo avrà applicato sul suo cerchione per evitare problemi con quello originario? Ma dove lo trova, sul mercato o magari dallo stesso ricambista che ne ha ancora uno stock disponibile, o magari a Porta Portese?

Resta il problema di chi volendo conformarsi al disposto dell’art. 241 CPI – che non mi risulta sia stato abrogato – non si sa bene come potrebbe produrre e commercializzare questi benedetti cerchioni che la legge vuole eguali a quelli originali.

Intanto, la questione dell’interpretazione e applicazione della clausola di riparazione ai cerchioni è finita, un’altra volta alla Corte di Giustizia (avviso ai naviganti, Le ruote girano), tanto più che ogni Stato Membro fa come gli pare, in attesa di una nuova Direttiva sul design che non arriva.

Staremo a vedere cosa dirà la CdG.

Capite allora perché dico che ’la Proprietà intellettuale è un racconto ?

 

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